Al solito bar, alla solita ora
Giancarlo Vergineo
Sono tanti i
ricordi che mi legano a Giancarlo negli oltre trenta anni di un'amicizia che non è
mai venuta meno: nata tra le “cattedre” della scuola, cementata sui campi da
tennis, dove nel doppio facevamo la nostra figura, e spesso anche a singolar
tenzone!
E poi non era possibile scontrarsi, nè sul campo, nè per altro, perché il
suo ragionare era sempre pacato e sostenuto dalla forza delle argomentazioni
che non erano mai assertive, perché sempre rispettose di quelle degli altri, ma
esposte con grande consapevolezza e determinazione.
Dovevamo
incontrarci in questi giorni come stabilito, ma il destino aveva progettato una
trama diversa che ha posto fine alla sua vita, ma, come dice un detto argentino:
Que me quiten o bailao - nessuno ti può togliere le cose belle che hai vissuto,
Il 13
gennaio: un giorno come tanti che all’improvviso si trasforma in grande
sofferenza e dolore. Un telefono che squilla e una voce mesta, incredula,
sommessa … Giancarlo è morto!
Ascolti e
dici: non ho capito, vuoi ripetere? E intanto pensi che certamente non può
essere vero, e già la tua mente alza un muro che, molto lentamente, apre le prime crepe e ti
fa sprofondare in uno stato di mutismo e di rabbia: capisci che qualcosa è
cambiato per sempre.
Ci eravamo visti prima di Natale e ancora, per
gli auguri del primo dell’anno; avremmo dovuto vederci tra qualche giorno al
solito bar, alla solita ora, dove puntualissimi, allo scoccare delle 10.00
ci trovavamo.
Ti vedevo arrivare da lontano con la tua camminata, che avrei riconosciuta tra mille, e il sorriso, sincero, di gioia, era il primo saluto che illuminava il nostro incontro. A volte, dimentichi del tempo, continuavamo a discutere di problematiche che ci appassionavano e ci riportavano indietro nel tempo. Eravamo passatisti in quanto la memoria era intesa come garanzia del futuro e non custodia del passato.
Ricordo come una delle ultime volte che ci
siamo visti, ritornando sull’ Angelus novus di Paul Klee e della
interpretazione che ne aveva data Walter Benjamin, avevi dato la tua interpretazione in versi (1) dedicandola al sottoscritto come piccolo omaggio, amico di sempre, come povera
ricompensa per il suo ultimo lavoro sulla storia di Ceppaloni.
Giancarlo era un intellettuale di grande e profonda cultura, di una sensibilità straordinaria che l’ha portato sempre a capire le ragioni degli ultimi del mondo, e degli ultimi dei suoi studenti che gli sono stati sempre molto cari e per i quali si spendeva tanto e, non solo a parole, se necessario.
L’insegnamento
è stato la sua vita, la sua grande passione che ha trasmesso a intere
generazioni di studenti che vedevano in lui chi, con grande umiltà, grande
competenza e passione insegnava che nessuno può essere lasciato ai margini,
perché la meritocrazia, la nuova panacea imposta alla scuola, finiva col
premiare sempre quelli che già avevano avuto il merito di essere nati nelle
case “giuste”.
Giancarlo
aveva recepito a pieno la lezione di Don Milani quando affermava che non c’è
ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diversi, o della scuola che
opera come quell’ospedale che cura i sani e respinge i malati.
Se non fosse
un termine abusato, direi che Giancarlo ha svolto la sua funzione educatrice
come una missione che, coerentemente con la sua formazione classica ed
umanistica intrisa di Illuminismo, vedeva
nell’alunno non una testa da riempire, ma una persona in cui la conoscenza trasmessa potesse diventare momento di
crescita culturale e di formazione di quell’autonomia di pensiero che soltanto
permette di potersi orientare in un mondo che invece vuole i giovani
intrappolati in schemi prefissati, come in recinti, da non essere superati, ma capaci trasmettere, però, l’idea di essere liberi.
La scuola, per Giancarlo era vista come un grimaldello per aprire nuove opportunità per tutti e per spezzare i circoli di esclusione sociale.
E stando a
ciò che hanno scritto i sui alunni per ricordarlo, bisogna dire che davvero il suo insegnamento ha inciso la profondità del loro animo;
qualche anno fa mi capitò di leggere una lettera di una sua alunna che gli comunicava di essersi laureata in Psicologia ed di aver aperto uno studio nel nord, ebbene ciò che mi
colpì profondamente, tra le tante altre cose, fu nel leggere che questa alunna,
che personalmente conosco, ringraziava il suo professore perché aveva visto in
lui il padre che non aveva conosciuto.
Non
mancavano momenti di grande ilarità quando con altri amici e colleghi ci si
riuniva per la pizza durante la quale spesso teneva banco per la grande quantità
di battute e di aneddoti che raccontava.
Di me arrivò a dire che andavo denunciato alla presidenza per abuso di potere e conflitto d’interessi (quante risate) per giustificare qualche sconfitta tennistica che subiva il sabato pomeriggio.
Mi accusava di aver formulato il suo orario delle lezioni in maniera tale che il sabato non uscisse mai prima delle 13.00 dalla scuola, per cui alle 15.00, sul campo da tennis non riusciva ad esprimere tutte le sue potenzialità!
Potrei continuarre ancora per tanto, ma, come cantava Guccini .. mi piace
però ricordarti come eri – pensare che ancora vivi - voglio pensare che ancora
mi ascolti - e come allora sorridi, e come allora sorridi.
Concludo
questo affastellamento di ricordi, riportando un dialogo tra il nonno e la
nipote, nel film “Verso sera”, della regista Archibugi, quando dice che:
chi è sottoterra si diverte nel pensiero degli altri. Se gli altri lo
ricordano, lo portano al ristorante, al concerto … l’importante è che resti
nelle loro teste.
La
bambina risponde: io ti porterò a spasso tutti i giorni.
Ecco Giancarlo, ti porterò sempre con me perché sei stato un essere speciale di cui non sarà possibile dimenticarsi.
Beniamino Iasiello
1) In uno dei prossimi scritti ritornerò sull'Angelus Novus e la poesia di Giancarlo. E anche sulla lettera dell'alunna che ho citato.
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