Ricordare per non dimenticare
Auschwitz scritta da Francesco Guccini nel 1967
Il 27 gennaio del 1945, le truppe della sessantesima armata dell’esercito sovietico arrivarono nel campo di concentramento di Auschwitz e aprirono le porte di quell’inferno permettendo ai superstiti di respirare nuovamente l’aria della libertà e della vita.
La follia hitleriana portò il mondo in un conflitto mondiale
che costò milioni di vite umane e scatenò gli istinti più bestiali verso tutti
quelli il cui sangue non era ariano, puro e contro tutti i diversi: l’Olocausto
degli ebrei, l’eliminazione di quei popoli come i rom e i sinti, e poi
ancora gli omosessuali, gli oppositori politici.
La memoria che non sia uno stanco e ripetitivo rito, ma
consapevolezza critica e capacità di trasmettere ai giovani tutta
l’efferatezza, l’oscurantismo che ha rappresentato nel ventesimo secolo il
nazifascismo, rappresenta l’unica risorsa per un’umanità che ha il dovere di
non dimenticare l’orrore dei campi di sterminio dove in milioni furono
passati per un camino.
E’ alle nuove
generazioni che bisogna rivolgersi, sono esse che costruiranno il futuro del
mondo e solo se la memoria di una barbarie senza fine resterà viva, forse, sarà
difficile ricadere in ciò che l’uomo ha già vissuto.
E’ nei giovani che deve radicarsi, attraverso
lo studio e non soltanto, quella coscienza democratica, quell’etica della
responsabilità che sole potranno fare da argine a rigurgiti antisemiti e ad
atteggiamenti di intolleranza che tendono sempre a presentarsi nella storia
quando le difficoltà a vivere e sopravvivere sono legate a tenui, impalpabili
fili di speranza. Come affermava Simon Wieshental, definito “la coscienza della
memoria”: voglio che la loro memoria non sia obliata”.
Credo che questa debba essere sempre la risposta: non dimenticare, per ricordare perché la “damnatio memoriae” sarebbe la tragedia ultima dell’umanità.
Sami Modiano, uno degli ultimi sopravvissuti della Shoah, ieri, agli studenti riuniti nel teatro Vascello di Roma, ha detto: mi dicono: tu sei uscito vivo da Birkenau No, io sono ancora là, non potrò mai uscire. Cerco di essere con voi, ma io non posso dirvi tutto quello che hanno visto i miei occhi.
I miei occhi, riporta Annieck Cojean[1], hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleni da medici ben formati, lattanti uccisi infermiere provette; donne e bambine uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università.
Diffido. dunque, dell’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare
esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli
psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica
non sono importanti se non aiutano a rendere i nostri figli più umani.
Ho avuto modo, lo ricordo sempre, di visitare Dachau e
Buchenwald, sovrastati da un silenzio irreale, dove il tempo sembrava
si fosse fermato e dove nel vento pareva di ascoltare la voce di chi
non ha più voce, ma che riesce col suo silenzio assordante a ricordare agli
altri che la morte è stata padrone di quei luoghi, una morte feroce, brutale,
assurda, inumana.
E, soprattutto, oggi, in questo pazzo, pazzo, pazzo mondo bisogna far sentire forte la voce della memoria contro chi tende a riscrivere una storia disumana che è stata atrocità, odio, efferatezza
Raccontare ai giovani ciò che è stato perché non accada
più
LETTERA ALLA MADRE
(…) Fili elettrici, alti, doppi,
non
ti lasceranno mai più vedere tua figlia, Mamma,
non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è
la verità, non piangere mamma,
e se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta,
cerca le ceneri nel campo di Auschwitz.
Ma non piangere- qui c’è già troppa amarezza
e se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau,
saranno lì- Cerca, cerca
le ceneri
nei
campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, mamma, io sarò lì.
Monika Domble Birkenau 1943
Beniamino Iasiello
[1] A.
Colejan riporta, in Les memoires de la Shoah, 29 aprile del 1995,
in Lemonde, la testimonianza di un sopravvissuto, che a ogni inizio di anno
scolastico scriveva ai suoi professori.
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