Ieri e Oggi


 Strano destino quello dei padri! Per vedersi riconosciuto, dai propri figli, qualche merito devono prima … morire! Solo dopo la morte, e nel tempo, capiscono che suggerimenti, consigli, né richiesti, né desiderati, non volevano essere una limitazione della loro autonomia decisionale, ma semplicemente l’espressione di una disponibilità sulla quale poter sempre contare.

Ma sappiamo che non è così!

 Franz Kafka nella sua “Lettera al padre” ripercorre i momenti di una conflittualità che hanno condizionato e determinato scelte e decisioni della sua vita … fui ridotto all’obbedienza … il senso di nullità spesso mi assale, dalla tua poltrona tu governavi il mondo. Tutti i miei ragionamenti soffrivano la tua forte pressione, sopportare questo peso era quasi impossibile. Oppure “Padri e Figli” di Ivan S. Turgenev dove è possibile cogliere la distanza di due mondi, la conflittualità tra vecchia e nuova generazione: padri nobili, conservatori e figli democratici, nichilisti.

E’ solo dopo la sua morte che l’immagine del padre comincia a cambiare. L’ assenza costringe a rivedere i ricordi con uno sguardo più maturo, gesti che prima sembravano scontati o duri acquistano un significato diverso. Si comprende, magari troppo tardi, che dietro una certa rigidità c’era spesso una forma di protezione, dietro il silenzio una fatica che non si voleva trasmettere ai figli. Questa presa di coscienza nasce da un cambiamento di prospettiva, diventando adulti o assumendo responsabilità simili, i figli iniziano a riconoscere il peso delle scelte che il padre ha dovuto affrontare. Ciò che prima sembrava autorità diventa cura, ciò che appariva distacco si rivela come un modo imperfetto, ma autentico, di volere bene.

Ed è per questo, forse, che messi nella possibilità di poter realizzare un desiderio (impossibile), chiederemmo di poter incontrare nostro padre, la figura che da piccolo incuteva timore, poneva regole, limiti, ma infondeva anche sicurezza. Era colui che odiavi, volevi uccidere perché ti sottraeva l’amore materno (complesso edipico), ma anche quello che ti portava nella vita adulta.

Un rapporto fondato su di un sentimento di ambivalenza permanente e di forti contrapposizioni: contro i mattoni dei solidi muri edificati dai nostri padri ci siamo fatti male, a furia di dare capocciate; ma che soddisfazione quando abbiamo aperto una breccia e abbiamo visto, dall’altra parte, la nostra vita così come ce l’eravamo conquistata.[2] D’altra parte, se non c’è un padre contro cui rivoltarsi, allontanarsi, non c’è modo di avvicinarti all’età adulta e al futuro e, perciò, conquistare la tua emancipazione.

Nel tempo, però, capisci che, mentre contestavi la figura ingombrante di tuo padre, quale simbolo della società patriarcale, di cui ne individuavi tutti i limiti che sembrava soffocarti, ne assorbivi comportamenti, convinzioni morali in un rapporto dialettico che ti portava a crescere e a diventare … tuo padre!

 

Perché crescere non significa liberarsi dei genitori completamente, ma imparare a riconoscere ciò che di loro vive dentro di noi, perché non diventiamo altro rispetto ai nostri genitori, ma una trasformazione di ciò che abbiamo ricevuto. In questo senso, il padre continua a vivere nei figli non solo come ricordo, ma come struttura interiore, come modo di pensare e reagire al mondo. In ogni caso resta una dimensione tragica: questa consapevolezza arriva spesso quando il dialogo non è più possibile. Il padre, ormai assente, non può più essere interrogato né contraddetto, e così il conflitto si trasforma in riflessione e talvolta in rimorso.

 

Spesso mi sono chiesto: come si relazionarono i nostri genitori, che non sapevano di pedagogia né di psicologia, mai usciti dal loro Comune se non per emigrare o andare a fare il portiere nei palazzi o nelle ville dei signori di città, su come educare i figli?

  Beh, io credo che assolsero al loro ruolo, in maniera convinta e responsabile, educando a quelli che ritenevano, forse un po’ ingenuamente, valori fondanti, universali, su cui si reggeva la società. Non avevano libri da poter consultare, di tecnologia appena conoscevano o, alcuni, possedevano, la radio, ma erano dotati di quel sano buon senso che permetteva di capire come comportarsi e come rapportarsi, anche sbagliando, a volte, o spesso, ai processi evolutivi dei loro figli.

Diversamente dai genitori di oggi che sono diventati tutti pedagogisti, psicologi, sociologici “internauti” e, in virtù di ciò, pronti ad opporsi a tutto e a tutti perché il nuovo “verbo - social” ha assunto il crisma di una nuova fede.

E quali gli strumenti educativi di cui i nostri genitori si servivano? Non certamente il dialogo! Oltre a qualche energica e, in qualche caso, salutare, “mazziata”, era l’esempio, l’unico criterio educativo che conoscevano, che gli proveniva da un’esperienza antica tramandata nei secoli. Per carità non voglio affermare la superiorità del passato rispetto al presente perché ogni tempo ha i suoi modelli, le sue verità, suoi punti di vista che, forse, oggi, sono esasperati dalle famiglie che mettono in atto un iper protezionismo nei confronti dei figli che comporta danni per tutti. 

Dovessi riconoscere il lascito di mio padre, e forse di quelli della sua generazione lo riassumerei in tre parole:

 tolleranza: la capacità di non esprimere giudizi tranchant, ascoltare per cercare di capire il punto di vista dell’altro;

 libertà: intesa come possibilità di scelta, assunzione di responsabilità (negli anni adolescenziali, momento di frontiera per tutti i ragazzi, mi concesse un margine di libertà molto più ampio di quello di cui godevano i miei amici; dormivo dai nonni materni per cui “sfuggivo” al controllo del rientro serale, e i nonni, si sa, erano e sono sempre pronti ad una piccola bugia per proteggere i nipoti!)

 Non sempre feci buon uso della libertà concessami, ma anche le esperienze negative contribuirono alla mia formazione, che nel bene e nel male, hanno determinato il mio essere nel mondo;

 onestà: (non quella dei grillini!) che ho ritenuto e ritengo un valore fondante di qualsiasi società che miri a realizzare il bene comune.

 Credo che mio padre e quelli della sua generazione, per dirla con le parole dello psicanalista Massimo Recalcati, mi abbia indicato, attraverso la sua vita, non il senso dell’esistenza, ma che l’esistenza può avere un senso. Ed è quello di cui i figli, oggi, avrebbero bisogno: non di un padre – padrone, non di un padre - amico, ma di un padre – testimone che è ciò che resta, secondo Recalcati, della sua figura nel tempo dell’evaporazione del padre nella nostra società, di cui aveva parlato, già nel 1968, Jacques Lacan, filosofo e psichiatra francese. Ma questa è un’altra storia che credo valga la pena trattare insieme con quella del ruolo della madre nel processo educativo e la conseguente differenziazione in   mamme “elicottero” e “tigri” che è, poi, dire cose vecchie con parole nuove.

                                                                                                             Beniamino Iasiello

 


[1] Antonio Polito: Contro i papà, Milano, Rizzoli, 2012

[2] Ibidem

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