La strage pasquale
La Zattera della Medusa di Thèodore Gèricault
Anche in questi giorni di feste Pasquali, il Mediterraneo, il cimitero dei migranti[1], ha accolto nel fondo dell’abisso oltre 80 vite umane, colpevoli soltanto di non volersi rassegnare a vivere per sé e per i propri figli una vita da schiavi e, quindi cercare nuove spiagge su cui, purtroppo, il mare restituisce, come un senso di pietà, i loro corpi.
Voglio sottoporre agli amici e ai lettori del mio blog, questi pochi e poveri versi, di qualche tempo fa, perché nella sofferenza, nel dolore tutti si riconoscono nell’altro e valori quali la solidarietà e l'amore non restino semplicemente un flatus voci.
Preghiera agnostica
Non so chi
sei, né dove sei
Chiunque tu
sia, di certo
Lontano
Per cieli
e spazi infiniti,
Rcordati
di chi,
Tra lutti
e dolori,
Vede la vita
Sfuggirgli
veloce
E invocare
la morte
Come unica
requie
Vecchi migranti
reietti
Donne oltraggiate
Bambini
attaccati
Al seno
materno
Aspettano
Sull’orlo
dell’abisso
La notte
senza scampo.
Passerà
quest’istante
E vicino ad
un’urna
Nei pressi
di un loculo
Le
lacrime sgorgheranno
In silenzio,
ma tante.
Per un
figlio un marito
una moglie
che hanno
perso la vita
in un luogo distante
per una morte violenta
e una sorte cruenta
che ha negato rispetto e amore.
Non so chi
sei, né dove sei
Ma se
davvero ci sei …
Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti - alle leggi del branco - Non
dimenticare il loro volto – che dopo tanto sbandare – è appena giusto che la
fortuna li aiuti come una svista – come un’anomalia – come una distrazione - come
un dovere.[2]
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