1^ rappresentazione del teatro di Siracusa



                                  Il sacrificio di Alcesti


L’8 maggio è iniziata la stagione teatrale dell’Istituto Nazionale Drammatico di Siracusa, con la messa in scena della tragedia di Euripide, Alcesti, rappresentata, forse, alle Dionìsie[1] del 438 a. C.

Faceva parte di una tetralogia comprendente Le Cretesi, Alcmeone a Psofidee Telefo.

Alcesti è una tragedia a lieto fine, tanti che molti hanno ritenuto che l’opera non fosse affatto una tragedia, ma un dramma satiresco. Ciò perché, forse, Euripide amava rompere gli schemi tradizionali rendendo gli eroi più umani e contradditori, mescolava registri seri e più leggeri, introduceva finali inattesi, metteva in discussione i valori eroici della tradizione

Chi è Alcesti? Mitica figlia di Pelia, re di Iolco; fu sposa di Admeto, re di Fere in Tessaglia. La tradizione narra che alla corte di Admeto visse, per un certo periodo, in condizioni di servitore, il dio Apollo condannato a servire un mortale, per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi.

Trattato benevolmente da Admeto, il dio gli manifestò la sua riconoscenza ottenendo dalle Moire[2] che, quando fosse giunta la sua ora, egli avrebbe potuto sopravvivere se qualcuno avesse accettato di morire al posto suo.

Minacciato dalla morte, Admeto non trovò alcuno, neppure i vecchi genitori, disposti a morire  al suo posto, tranne la moglie Alcesti che accettò di sacrificarsi e morì, ma fu riportata tra i viventi da Eracle, amico di Admeto, che la strappa alla morte e la restituisce viva allo sposo, avvertendo  che essa non può parlare per tre giorni,  che rappresenta il tempo necessario per essere sconsacrata dagli inferi. 

Una tragedia non usuale, perché non in sintonia con quella classica dove il finale porta quasi sempre a morte definitiva, rovina o dolore senza risoluzione,

Nell’ “Alcesti”, invece succede qualcosa di insolito perché la tragedia, pur sviluppandosi in temi molto cupi: morte, egoismo, senso di colpa, lutto, alla fine si conclude con una riconciliazione e, quindi, con un lieto fine che non cancella, però, del tutto il tono tragico, perché il personaggio risulta più complesso di quanto sembri.

Infatti Alcesti accetta di morire per amore, ma non lo fa in modo passivo, in quanto prima di morire  impone condizioni e mette Admeto davanti alle sue responsabilità chiedendogli di non  risposarsi, di non fare soffrire i figli e  di rispettare la sua memoria.

 Alcesti ha una forza morale superiore a quella di Admeto che, anzi mostra tutta la sua ambiguità, la sua debolezza, la sua viltà in quanto, nella mentalità eroica greca, il valore di un uomo si misurava nel rapporto con la morte che è capace di affrontare il destino.

 Admeto cerca di evitarlo e lascia che sia un’altra persona a pagare, per cui Alcesti raggiunge una grandezza tragica al cui confronto Admeto diventa sempre più piccolo in quanto il suo dolore nasce da una scelta che lui stesso ha accettato, non è una vittima innocente come altri personaggi tragici.  

Alcesti non è un’eroina universale nel senso in cui possono esserlo figure tragiche come Antigone che difende una legge morale superiore allo Stato, o Prometeo Incatenato dove il protagonista sfida il potere per l’umanità o, ancora come Medea che porta all’estremo passioni o conflitti universali. Alcesti agisce in spazi più limitati e privati come il matrimonio, la famiglia, il rapporto col marito: non più il grande eroe politico o mitico, ma l’essere umano nelle sue relazioni intime. Comunque alla mediocrità di Admeto si alza potente la grandezza tragica di Alcesti.

                                                           Beniamino Iasiello

 

  

 



[1] Durante le Dionisìe venivano messe in scena, nell’antica Grecia, rappresentazioni teatrali  tragiche e comiche; erano rappresentazioni competitive dove una giuria stilava una classifica delle opere presentate decretandone il vincitore. Sembra che la loro istituzione risalga tra il 535 – 532 a.C. ad opera del tiranno Pisistrato. Durabte il tempo della durata della festa si interrompevano i procedimenti legali e, pefino , i reclusi venivano liberati per poter partecipare alla festa.

[2] Divinità della mitologia greca che tessevano il destino dei mortali:

1)      Cloto, la filatrice, filava lo stame, il filo della vita

2)       Lachesi, la dispensatrice, che decideva la lunghezza della vita , con filo bianco misto a fili  d’oro per i giorni felici e il filo nero misto ai fili d’oro per i giorni di sventura

3)       Atropo l’inflessibile, che tagliava il filo decretando la morte.

La loro divinazione non poteva essere cambiata nemmeno da Zeus, in quanto esse garantivano l’ordine cosmico.

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