Antigone si fa ... in quattro




                                                                              
Antigone col padre, cieco, Edipo


                                                                   Antigone e Creonte


 Non solo a Siracusa, ma anche al teatro Grande di Pompei[1], dove sarà rappresentata il 22 e il 24 maggio per  approdare il 28 maggio a Ravenna; a New York, per questa prima fase dell’anno, sarà rappresentat in quattro diversi adattamenti teatrali.

L’Antigone  di Sofocle è una delle opere d’arte più eccelse e per ogni riguardo più perfetta di tutti i tempi. 

Così scriveva il filosofo Hegel nella “Estetica”. Già nella Fenomenologia dello Spirito si era espresso sulla insanabilità e tragicità del conflitto tra Creonte e Antigone che non può risolversi, come nel suo sistema filosofico, in una sintesi superiore: entrambi i personaggi incarnano una parte del vero, ma pretendono di rappresentare l’assoluto. La prima incarna la legge divina, non scritta, legata agli affetti familiari e al culto dei morti, l’altro personifica la legge umana, scritta, della polis e del bene comune e rappresenta la dimensione politica e razionale, la quale esige che il dovere civico prevalga su qualsiasi interesse privato

Incredibile come a distanza di millenni, la prima volta nelle Dionìsie del 442 in Atene, questa tragedia venga continuamente rappresentata in opere teatrali, film, opere liriche che leggono e interpretano continuamente la lotta tra Antigone e Creonte che rappresentano la contrapposizione tra la legge morale, da sempre nell’uomo, e la prescrittività della legge dello Stato … se la vita non può essere libera, nobile, incorruttibile, allora, Creonte, io scelgo la morte!  Così si esprime Antigone contro Creonte che governa la città di Tebe. Ma quale avvenimento aveva portato a questa contrapposizione tra zio e nipote.  

La tragedia fa parte del ciclo tebano, con Edipo re e Edipo a Colono, ispirato alla sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti.  Antigone, con Ismene, figlie di Edipo e Giocasta, accompagnano il padre cieco e pellegrino, anche se si è macchiato di spaventosi, ma involontari delitti.

Polinice e Eteocle, fratelli di Antigone, avendo Edipo abbandonato il trono dopo aver scoperto una tragica verità[2],  lottano per impadronirsi del Regno.  Polinice assedia la città di Tebe e, in questa guerra fratricida, muoiono entrambi; con la loro morte, Creonte, cognato di Edipo, assume il potere e emana un editto con il quale vieta di dare sepoltura al traditore Polinice … ai cittadini vieta di seppellirlo e di piangerlo, si lasci illacrimato, insepolto, tesoro dolcissimo agli uccelli che lo spiano per il gusto del cibo che darà.

Non avendo in nessun conto il divieto del Re, Antigone dà sepoltura al fratello, considerato nemico della patria, in virtù di leggi divine non scritte che impongono di seppellire pietosamente ogni morto.  Antigone non avrà nemmeno l’approvazione della sorella Ismene che non è disposta ad aiutarla perché a chi governa obbedirò, ché violare la norma non ha senso … Antigone: io vado darò una tomba al mio fratello amato.

Contro i vincoli della famiglia e della legge dello Stato, Antigone procede in direzione ostinata e contraria.  Scoperta, è portata da una guardia al cospetto di Creonte che le dice e questa legge hai osato trasgredirla?  Antigone: Un gesto folle tu lo credi?  Forse il folle è chi m’accusa di follia.

Condannata a morte, viene murata viva in una grotta dove si uccide, impiccandosi.

 Creonte, per intercessione dell’indovino Tiresia  e del coro[3], decide di liberarla, ma è troppo tardi, perché la morte di Antigone porta con sé una serie di sciagure: il suicidio di Emone, figlio del re e promesso sposo di Antigone, il suicidio della moglie del re, Euridice, che alla notizia della morte del figlio si toglie la vita.

 Creonte resterà solo e consapevole della propria arroganza e intransigenza e della rigidità del potere che porta alla rovina. Solo pochi versi prima, contro il figlio Emone, aveva detto con somma ubris “chi se non io, comanda in questa terra? Emone: ma lo Stato non è di un uomo solo – Creonte: Come? Non appartiene a chi comanda[4]?

E’ pur vero, come dice Blaise Pascal, che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, ma la ragion di Stato sembra essere superiore a qualsiasi altra legge!

Eterno dilemma che ritorna sempre nella storia: legge dello Stato – ragione di Stato vs legge morale – coscienza – cuore.

Non c’è una risposta facile perché difendere la regola, l’ordine comporta il rischio di diventare rigidi e disumani, mentre difendere la persona concreta, la coscienza, l’umanità, il rischio è di far saltare la regola per tutti.

  Sono stati tanti i casi, nel nostro tempo, di conflittualità in cui la ragion di Stato ha fatto prevalere le sue ragioni, in verità, non sempre cristalline; uno per tutti: il caso Moro. Nel 1978 le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e chiedono la liberazione di alcuni prigionieri politici.

 Lo Stato italiano, col governo Andreotti, sceglie la linea della non trattativa, sostenuta anche dal P.C.I: non ci si piega al terrorismo, altrimenti lo Stato perde autorità: Creonte.  Dall’altra c’erano le voci che chiedevano di trattare per salvare la vita di Moro, perché la pietà, il dovere morale verso una persona concreta vale più della coerenza astratta dello Stato: Antigone.

Forse è proprio per questo che Antigone la si studia ancora dopo circa 2500 anni, in quanto è un conflitto che non si esaurisce nell’arco di una rappresentazione, ma si ripresenta ogni volta che la politica tocca la vita reale.


                                                         Beniamio Iasiello

 

 

 



[1] La tragedia è interpretata da 80 ragazzi e ragazze del territorio di diverse scuole tra istituti tecnici e licei che partecipano al progetto <Sogno di volare>.

[2] Edipo, figlio di Laio e Giocasta, inconsapevolmente, uccide il padre Laio e sposa la madre Giocasta. Conosciuta la verità, Giocasta si uccide, Edipo si acceca e da quel momento Antigone, figlia del rapporto incestuoso, diventa, con la sorella Ismene, la guida del padre.  

[3] Era un gruppo di persone, coreuti, guidato da un corifeo, commentava l’azione, esprimeva giudizi morali o rappresentava la voce della collettività formato.  

[4] Quanto è attuale questo dialogo tra padre e figlio!

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