Felicità?




                                                   

In questi tempi di caos dove domina uno sfrenato individualismo, un esaperato narcisismo, dove tutto pare essere ridotto a merce, e  il potere del più forte  scatena guerre sanguinose che  arricchiscono in maniera disdicevole i fabbricanti di armi, i signori della guerra, come cantava Bob Dylan, si è presi da una sorta di straniamento, di scoramento che porta a chiederti:ma esiste la felicità?

 Certamente, se la sua ricerca è stata inserita nella “Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti dAmerica”, se un corso sulla felicità, qualche anno fa è risultato il più frequentato, oltre 1200 giovani, nell’università di Yale, e se è stato il tema delle “Conversazioni” che, qualche tempo fa, si svolsero a Capri organizzate da “Il Corriere della Sera”. Senza dimenticare che la giornata del 20 Marzo , è stata proclamata dall’ ONULa Giornata Mondiale della Felicità” perché la sua ricerca è lo scopo fondamentale dell’umanità.

Tutti ne parlano e ne scrivono, ma cosa è, come si manifesta, la si può cercare, la si può apprendere, la si può inseguire la felicità?

Difficile una risposta che possa essere esaustiva perché la felicità ha tante facce, tanti suoni, tanti colori all’interno dei quali, alla fine sembra diventare invisibile o incompatibile (?) con ciò che sappiamo dell’esistenza che sembra educarci soltanto al dolore e all’infelicità. Chissà che Arturo Schopenauer non avesse ragione quando affermava che la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia. E'funesto a chi nasce il dì  natale,scriveva Leopardi.

Estremo è il pensiero di Sileno, dio degli alberi, secondo la mitologia greca, il quale, al re Mida che gli chiedeva cosa fosse desiderabile per l’uomo, rispose … non essere nato, non essere, non essere nientementre il profeta Geremia malediceva il giorno in cui nacqui, il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto.

Sarebbe troppo lungo tenere presente  come nel tempo la filosofia, la letteratura, la religione, l’arte l’ hanno definita e rappresentata perché, più della definizione (a che servirebbe?)ritengo che ciò che conti sia il modo come ognuno  la percepisce e la vive; per cui non ho mai capito l’incipit del romanzo Anna Karenina di Leone Tolstoi dove scrive che ogni famiglia felice lo è allo stesso  modo (come se esistessero delle regole codificate), mentre ogni famiglia infelice lo è in maniera differente. 

Forse è da intendere che il male si frantuma in mille forme, mentre il bene  tende all'unità o  perché la sofferenza è come una ferita, non puoi non sentirla, mente la felicità è più simile all'aria, te ne accorgi  quando davvero manca. 

Credo che possa consistere in uno stato d’animo che ti accompagna lungo un progetto di vita in cui impegni tutto il tuo essere e lungo il quale essa ti cammina a fianco e, a volte, diventa visibile come un’apparizione che tende, però, subito a svanire: è un attimo, è l’istante che si inserisce nel tempo dell’uomo dandogli pienezza di significato.

La felicità, come la verità, si lascia intravedere, ma non afferrare; il dolore insiste per essere ascoltato, la gioia(1), invece, spesso sussurra per poi subito dileguarsi e poi ancora riapparire: non la si conquista una volta per tutte e probabilmente il valore di certi momenti si comprendono solo quando diventano "ricordo"; l’infelicità si materializza subito nel dolore, nella sofferenza fisica e psicologica che ognuno avverte su sè stesso

Il Nobel per la letteratura, Salvatore Quasimodo, così delinea, in tre incisivi versi liberi, la condizione dell’uomo:   

Ognuno sta solo sul cuore della terra 

trafitto da un raggio di sole: 

ed è subito sera.

Chissà! Certo è che una volta “gettati nel mondo, come dicevano gli esistenzialisti, l’avventura umana vale la pena di viverla perché, è vero, la vita è solitudine, precarietà, male di vivere, angoscia, disperazione, tormento, che con la morte ti ruba ogni illusione e felicità, ma basta  quel raggio di sole, per quanto trafitto, a darti la forza per superare le grandi avversità di cui la trama enigmatica della vita è intessuta e che ti porta a sperare, con la preghiera con cui terminavano le rappresentazioni teatrali indiane, che:

tutti gli uomini possano essere liberi dal dolore

E, in un moto di empatia (che spesso, però, vacilla) per l’umanità, mi piace pensare che la poetessa Alda Merini sbagli quando afferma che la migliore vendetta è la felicità perché non c’è niente che faccia impazzire la gente più del vederti felice. 

Se così fosse, sarebbe. davvero terrificante!

Ma alcune domande non chiedono una soluzione, chiedono soltanto di essere abitate, o, forse come diceva Walter Benjamin: su ciò di cui non si può parlare si deve tacere, nel senso che spesso le cose più importanti, il senso, la bellezza, l'amore, la morte, la felicità - sono proprio quelle che sfuggono a una definizione completa, in quanto se esistesse una risposta definitiva al senso della vita, probabilmente la filosofia, la letteratura, la religione e gran parte dell'arte cesserebbero di esistere. non avremmo più una ricerca,  ma un manuale d'istruzione. 

 

                                                              Beniamino Iasiello 

                                                                                                         1) Interessante è la posizione dello psichiatra Vittorino Andreoli per cui dovremmo cercare la gioia e non la felicità perché mentre quest'ultima è una reazione neuro psicologica a uno stimolo esterno e non dura, non per nostra mancanza, ma per struttura biologica; la gioia dipende dall'altro, si riversa sull'altro e deriva dall'altro. La gioia nasce nella relazione con l'altro, la felicità si esaurisce in te stesso  perciò è molto egoistica.  

Quindi felicità e gioia non sono termini intercambiabili, ma stati diversi ed opposti.             



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