Il signor G
Nello sfogliare l’album dei ricordi musicali di qualche anno(!!!)
fa, non posso fare a meno di soffermarmi sulla figura di Giorgio Gaber che, da
cantautore di successo e da grande showman, approda nel 1970, con il Signor G,
cui seguiranno tanti altri spettacoli sempre con Sandro Luporini,
all’esperienza, unica in Italia, del Teatro – tenda che raccolse consensi sia dal
pubblico che dalla critica. Nel 2001, con l’album la mia generazione, l’artista
non solo torna al successo, ma coglie l’occasione per fare un’analisi lucida e
spietata di questa realtà che ha visto protagonista la sua generazione.
“Io G.G. sono nato e vivo a Milano e non mi sento italiano- ma per fortuna o
purtroppo lo sono” e, a Milano moriva, nel 2003, fa Giorgio Gaber, certamente
una delle poche voci libere, irriverenti, critiche, pulite del panorama
musicale italiano. Un grande protagonista del mondo dello spettacolo, cantante
di successo, sue sono Non arrossire- Porta Romana- La ballata del Cerutti, Barbera
e Champagne, Trani a Gogò, Goganga , Torpedo blu e tante altre che
negli anni sessanta cantavamo un po’ tutti e, in verità, ascolto ancora
adesso qualche volta.
Showman di grande successo negli anni sessanta,
abbandonò le scene televisive per approdare , insieme con Sandro Luporini, col
quale collaborò per oltre trenta anni, verso forme di sperimentazioni mai
percorse e, da questo sodalizio, nacque l’idea del “Teatro- canzone” cioè un
genere musicale - espressivo che alternava monologhi e canzoni che sono, in
Gaber, la testimonianza dell’impegno e della passione civili di chi ha cantato
vizi e virtù degli italiani.
Agli inizi degli anni settanta iniziò la nuova
avventura con “Il signor G” a cui seguiranno “Far finta di
essere sani, Polli di allevamento, E pensare che c’era il pensiero, poi
nel 2001 “La mia generazione ha perso” e del 2003,
postumo perché morì alcuni mesi prima che l’album venisse pubblicato, “Io
non mi sento Italiano” che scalò subito la vetta degli album più venduti. L’album
contiene alcune canzoni che già erano conosciute e sette inediti che esprimono
l’ipocrisia e le illusioni del progresso: legge con anticipo, come tutti i
grandi, quella che sarebbe stata la società del futuro. Testi costruiti con un
linguaggio che mirava a smascherare i meccanismi del potere che sono
rappresentati da quei mostri che abbiamo dentro che
determinano il nostro essere e la nostra esistenza. Nonostante la
difficoltà di arrivare al grande pubblico, molte canzoni e monologhi di Gaber
entrarono a far parte dell’”immaginario collettivo”: Destra-
Sinistra, Qualcuno era comunista, Shampoo, Un’idea, Il conformista, La Libertà
(che non è stare sopra un albero - ma è partecipazione), L’illogica
Allegria che volle inserire anche nell’ultimo album che compose: “ Io
non mi sento Italiano” che è un
sentimento di odio - amore per il suo paese; la canzone, costruita,
a mio avviso, sulla falsariga della celeberrima “Le Diserteur” del cantautore
francese Boris Vian, è indirizzata al Presidente della Repubblica . … mi
scusi Presidente – ma forse noi italiani – per gli altri siamo solo – spaghetti
e mandolino – ma qui allora mi incazzo – son fiero e me ne vanto – gli sbatto
in faccia – cos’è il rinascimento.
Le canzoni, i monologhi rappresentano l’analisi
attenta e puntuale di un uomo e di un artista che si rende conto che il mondo
sta girando molto velocemente e che ci logora dentro giorno dopo giorno con
l’invasione massiccia di una tecnologia che ci ha sconvolto la vita. Gaber
ha cantato la solitudine e l’alienazione dell’uomo contemporaneo, ha criticato
la forza innovatrice di uno stato liberale che ritiene di risolvere le miserie
del mondo con il mercato e le multinazionali. “Tutto è falso, canta,
il falso è tutto, non c’è niente che assomigli al vero”. Sembra dire:
stasera si recita a soggetto perché mai nessuno potrà avere la certezza che
quello che vede e sente corrisponda al vero: Ma noi siamo talmente
toccati – da chi sta soffrendo – ci fa orrore la fame, la guerra – le
ingiustizie nel mondo – Come è bello occuparsi dei dolori - di tanta, tanta
gente – dal momento che poi – non ce ne frega niente.
Mai verità è stata
affermata così chiaramente, salvo che oggi, non ce ne frega lo stesso niente,
la tecnologia pacifica la nostra coscienza: basta inviare un sms di due o
cinque euro, e … oplà, il gioco è fatto perché riteniamo di aver dato
un aiuto a chi ha fame e chi ha sete e di aver contribuito alla pace nel mondo!
E facciamo anche finta di crederci per vestirci di perbenismo e
(falso) moralismo così da tacitare la nostra coscienza.
Ma questa cinica amarezza-malinconia che percorre la sua
opera è mitigata dalla speranza di chi crede in fondo, nel vento
caldo dell’utopia, nel sogno di un uomo che crei un nuovo umanesimo
con la certezza che, in un futuro non lontano, al centro della vita ritorni di
nuovo l’uomo con i suoi valori che ha scelto il suo cammino senza gesti
clamorosi, per sentirsi qualcuno - che odia il potere con i suoi eccessi ma che
apprezza un potere esercitato su se stesso” E’ il sogno di chi crede
nell’uomo e nella sua capacità di - ricreare uno stato originario
popolato da un uomo a cui non basta un crocefisso, ma che cerca
di trovare un Dio dentro se stesso. Il suo è un atto di fede nell’uomo e un
elevare un peana alla sua capacità di ridiventare protagonista di una
palingenesi, purché i bambini( che rappresentano l’innocenza e il
futuro)restino lontano dalla nostra morale che è così stanca e malata che potrebbe far male e
dalla nostra cultura perché significherebbe lasciarli in balia
di una falsa coscienza, ma se proprio volete/ insegnate
soltanto la magia della vita - raccontategli il sogno/ di una antica speranza
e, soprattutto date fiducia all’amore/ il resto è niente. Tutti
i brani inducono a riflettere ed approfondire il senso della vita e delle cose,
impegnano il pensiero (sempre più raro) in una ricerca che ci
proietta al di là delle apparenze, che dovrebbe fermarci in questa folle corsa
verso l’avere che porta solo dolore, disperazione e miseria morale.
Gaber-Luporini riescono a trasmettere, attraverso una
analisi lucida dell’animo umano, di cui mostrano di essere grandi indagatori,
pensieri ed emozioni, il che non è poca cosa per una società , come la
nostra, della “modernità liquida”, come è stata definita dal sociologo
polacco Zigmunt Bauman, nel senso che tutto è mutevole, niente è garantito,
dove la storia è priva di direzione e la biografia priva di progettualità,
per cui comunicare emozioni, parlare il linguaggio dell’amore, ritenere che la
vita non possa essere sprecata, rincorrendo l’effimero e il vacuo,
significa scommettere sull’uomo e sulla sua capacità di costruire un mondo che
poggi sui valori più autentici della natura umana, fondati nel sogno
dirompente di una antica speranza, sulla magia della vita e dell’amore.
Un album, per molti versi ancora attuale; a distanza di oltre
venti anni non ha perso niente della sua freschezza e dell’impatto emotivo che
suscita in chi l’ascolta
Beniamino Iasiello
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