La memoria che ... dimentica
Traforo S. Gottardo - 1872
La tragedia si consumò il 28 luglio del 1875,
in seguito ad uno sciopero intrapreso dagli operai impegnati nella costruzione
della galleria sotto il massiccio del San Gottardo tra il versante tedesco e
quello italiano della Svizzera. Erano rivendicazioni relative alle condizioni
in cui lavoravano all’interno delle gallerie: l’acqua arrivava alle ginocchia
per 8 ore ogni giorno, l’aria era irrespirabile con temperature fino ai 35
gradi e piene dei loro stessi escrementi, e di quelli dei cavalli, che
galleggiavano nell’ acqua.
In quasi
tutte le case non si poteva entrare … se si apre una porta ti investe una
puzza paragonabile solo a quello di un pollaio maltenuto, per cui furono
colpiti uno dopo l’altro, spesso fino alla morte, da un virus misterioso e
letale.
A tutto ciò
si sommavano le morti causate dalle esplosioni della dinamite usata per gli
scavi, dalle fughe di gas, dai crolli, alla fine dei lavori ci furono circa 500
morti: era l’inferno in terra per gli operai che al 94% erano emigrati
lombardi, veneti, toscani.
Tali
condizioni portarono i lavoratori a chiedere nel luglio del 1875 che le 24
ore giornaliere fossero ripartite non più fra tre, ma quattro squadre, ognuna
delle quali avrebbe lavorato 6 ore e non 8 consecutive nel baratro buio e
soffocante del tunnel in mezzo a un fumo che tappava gli occhi, era un compito
al di là delle forze umane>
Inoltre
chiesero, come si legge in un documento sindacale del tempo, di essere pagati
in soldi veri, e non in < buoni carta che albergatori e commercianti non accettavano
se non trattenendo uno sconto> così che erano costretti, per non subire
il taglio, a comperare il cibo e altri beni di consumo nei negozi della stessa
impresa.
Inoltre dovevano provvedere per il l costo della lampada 5 franchi e 30
centesimi al giorno per l’olio della lampada utilizzato nello scavo: la paga
era di 3,90 franchi al giorno per il minatore e 3, 50 per chi spingeva i
carrelli carichi di detriti.
Spesso erano
alloggiati in stalle e fienili insieme agli animali. Vivevano ammassati gli uni
sugli altri dividendosi a turno un letto su cui dormivano con gli abiti e gli
scarponi indossati in galleria. Le osterie e gli spacci, gestiti dall’impresa,
erano sporchi, sovraffollati, privi di acqua e di fognature. Le risse erano
frequenti alimentate anche dal consumo di alcol.
L’impresario, pur riconoscendo dure e ingiuste le condizioni di vita dei lavoratori, fece presente che chi non se la sentiva di continuare poteva andare via: passi alla cassa e sarà liquidato. Chi, invece, desidera continuare a lavorare con noi, torni subito al suo posto. Subito!
Rispetto all’aut
aut dell’impresa, ai minatori non restò altra alternativa che scioperare e,
subito, picchettarono la galleria.
La direzione
dei lavori, in risposta, fece richiesta di 50 uomini armati che arrivarono sul
posto: una squadraccia di sgherri armati fino ai denti che accolti
a sassate dagli operai, risposero a fucilate. Vennero uccisi 4 italiani, molti feriti
e lo sciopero fu represso nel sangue.
Il
drammaturgo Fèlix Pyat in una Lettera agli operai svizzeri scriverà che
le fucilazioni di Gosschenen non si erano perdute nel tunnel del Gottardo! Il
loro frastuono ha passato i monti e i mari e rimbomba ovunque il povero
lotta, soffre e muore a causa del ricco.
Era il 5
settembre del 1875. Eppure di quel dramma di fine luglio, tranne un articolo de
Il Corriere della Sera in occasione dei 150 anni dai fatti, non vi è più
alcun ricordo nella nostra memoria.
E quando la
memoria viene meno, vuol dire davvero che ciò che è stato potrà ritornare: condizioni
di vita degradanti, totalitarismi, la Shoah, solo per ricordare le tragedie del secolo
breve, saranno vani ricordi, o completamente dimenticati, per cui a questo
punto l’umanità sarà pronta per ripercorrere i corsi e ricorsi storici di
vichiana memoria.
Beniamino Iasiello
[1] A Mattmark, sempre in Svizzera, nel 1965, una valanga di due milioni di metri cubi di ghiaccio investì il cantiere per la costruzione della diga di Mattmark a 2120 metri. Provocò 88 morti di cui 56 italiani. In quegli anni, la Svizzera accoglieva il 50% del flusso migratorio italiano. Senza dimenticare Marcinelle, 8 agosto 1956, in Belgio dove persero la vita 262 persone di cui 136 immigrati italiani.
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