qualche libro sotto l'ombrellone

 


L’anno scorso sono stati pubblicati 704.09 titoli. Tanti rispetto ai pochi che vengono comprati, per cui, credo, si possa dire che sono molti a scrivere, ma pochi gli e- letti. Infatti l’offerta è cresciuta del 2% rispetto al 2024, mentre la  domanda si è contratta del 3, 7%.  

Al di là dei dati sempre freddi e privi di emozioni, vorrei suggerire, per questo esodo agostano, la lettura de Gli Anni in bianco e nero di Francesca Giannone. Una scrittrice che con il suo primo romanzo La Portalettere aveva dominato le classifiche dei libri: il più venduto nel 2023 e sempre presente nella classifica dei top dieci ancora oggi.  

Era una storia ambientata in un piccolo paese del Salento, Lizzanello, a pochi chilometri da Lecce, a partire dalla seconda metà degli anni trenta del Novecento per arrivare agli inizi degli anni Sessanta.

La storia degli Gli Anni in bianco e nero ha come teatro della narrazione sempre un paese del Salento poco distante da Lecce e come protagonista

la famiglia Elia che possiede una sartoria in cui, quasi, l’intera famiglia è coinvolta: 4 sorelle di cui solo l’ultima, Domenica, Mimì, l’io narrante, frequenta la scuola liceale e coltiva il grande sogno di diventare regista.

 

Quanto di più lontano poteva esserci da una realtà come quella del paese dove il tempo scorreva al ritmo lento dell’ago del filo, scandito dai divieti del padre che teme la libertà delle figlie perché nel Salento degli anni Sessanta, come nel resto d’Italia, le donne devono restare al loro posto.

 

Il tempo scorre, nella casa, dove vi è anche la sartoria, tra la lettura dei romanzi di Jane Austen,  di film come La Dolce vita, Il Sorpasso e canzoni di quel periodo come Ho in mente te dell’Equipe 84, Ma che colpa abbiamo noi dei The Rokes, Quando, Quando, Quando di Tony Renis; ma anche delle prime lotte operaie e studentesche e con le prime riunioni di solo donne dove matura la convinzione della necessità di cambiare una realtà anacronistica rispetto ad un mondo che stava cambiando in maniera veloce.

Un libro piacevole, avvincente dove si avverte l’influenza di Piccole donne di Alcott e, a mio avviso, soprattutto di alcune invenzioni che formano il sostrato del film Nuovo cinema Paradiso: Mimì e Cosimino e somigliano molto a Alfredo e Salvatore di Giuseppe Tornatore.

Non senza qualche riferimento, nella costruzione di alcuni personaggi: Luigi e Giovanna ricordano molto da vicino quelle di Lila e Nino Sarratore de L’Amica Geniale di Elena Ferrante

 

Il romanzo porta il lettore nel pieno della società patriarcale che fa sentire in maniera feroce tutta la forza di un sistema che si sta sgretolando in superficie, ma resta intatto sostanzialmente.

 La storia segue l’evoluzione della famiglia Elia che vuole andare e va oltre, (le quattro sorelle) gli steccati imposti da una società costruita a immagine del maschio, (il padre convinto fascista (milita nella D C) e padre – padrone) e che vive contraddizioni, per alcuni versi, ancora oggi presenti nella nostra società tecnologica.

 La figura della madre è comprensiva per le figlie e di odio per il marito che vuole essere colui che determina la vita dell’intera famiglia  ricorrendo alla violenza senza mai mostrare un minimo di tolleranza e pazienza, anche quando un ictus lo immobilizza e gli toglie la parola: basta l’espressione degli occhi per impaurire chi gli sta attorno.

Il racconto è un intreccio tra la biografia e storia collettiva di una famiglia  e della comunità salentina che rappresenta la condizione di subalternità della donna e la sua voglia di riscatto e di emancipazione.

E attraverso il viaggio di queste 4 ragazze diventa possibile imparare a conoscere molti dei luoghi el barocco leccese: il Duomo, La Chiesa di S. Maria della Grazia nella centale piazza S. Oronzo. 

 




Un secondo libro, che proporrei all’attenzione di chi segue questo blog, davvero bello e molto interessante, è quello di Marino Niola: La Capitale dell’Anima, cioè Napoli che ha il disincanto negli occhi e l’iperbole sulle labbra, la misura nella mente e la trafittura nel cuore. La tana perfetta di un popolo che ha l’esagerazione nel genoma.

Marino Niola è professore di “Antropologia dei simboli” all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa e, nel fare da guida ad un gruppo di amici stranieri nella visita della città li e ci accompagna attraverso i luoghi iconici della città che diventano i luoghi dove l’anima trova il suo rifugio.

Il suo è un saggio e un viaggio attraverso la cultura napoletana dove si incontrano Totò, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi, Curzio Malaparte ,Maradona, Domenico Rea e tanti altri personaggi che hanno fatto grande la città.

 Da antropologo narra del presepe napoletano che è una macchina senza tempo, anzi una macchina per sopprimere il tempo e dunque in grado di contenere insieme il passato più lontano e il presente più vicino, il mondo dei vivi e quello dei defunti, ma anche di riti e credenze legate al presepe e ali suoi personaggi.

  

Racconta che in molti quartieri popolari di Napoli alla fine delle feste si toglievano dal presepe i personaggi della natività e al loro posto mettevano le statuine delle anime del purgatorio che dal 24 dicembre al 6 gennaio, secondo una credenza, tornavano a visitare le case dove avevano vissuto e soprattutto a inginocchiarsi davanti al presepe per farsi benedire dal Bambin Gesù.

 E la sera della vigilia si apparecchiava anche il posto per i  cari estinti e nei loro piatti si metteva un lumino acceso ricavato da un mandarino.

 

La statuina della lavandaia nel presepe, Stefania, è una donna accorsa alla grotta di Betlemme e a cui viene impedito di entrare perché non ha mai conosciuto le gioie e i dolori della maternità. La donna, non perdendosi d’animo, avvolge una pietra in un panno fingendo che sia un fantolino.

Ma, appena entra nella grotta, la pietra si tramuta miracolosamente in un neonato in carne e ossa che verrà chiamato Stefano, dal nome della madre. La figura di S. Stefano è strettamente legata quella di Gesù sia per il tempo della nascita che per quello della morte. Nato appena dopo Gesù e il primo a subire il martirio dopo la crocifissione del Cristo.

 

Non manca una disamina della sceneggiata intesa come la formalizzazione espressiva della cultura napoletana del Novecento.  

 

 Parlare di Napoli significa “incontrare” Enrico Caruso, Pino Daniele, il teatro eduardiano dove c’ è tutta l’antropologia di una città – mondo che trasforma in un luogo dell’anima, in metafora universale della condizione umana e delle sue contraddizioni, passioni, ossessioni, capaci di superare ogni barriera linguistica culturale.

Di Totò riporta, tra l’altro la famosa battuta: sono partenopeo e parte napoletano, e ancora: dicono che ho la faccia triste. Non ce l’ho triste. Ce l’ho storta perché mi sono rotto il naso.

 

Pulcinella: la maschera è l’incarnazione di un non essere in cerca di personificazione e, come diceva Domenico Rea, anticipa addirittura il monologo interiore di James Joyce.

Bella dissertazione sul lotto, nato a Genova nel Cinquecento e che si diffonde soprattutto a Napoli che ne diviene l’indiscussa capitale.

Matilde Serao racconta che in un processo per lesioni con protagoniste due donne, la feritrice si giustificava davanti al giudice dicendo: M’ha chiamato sittantotto (cioè, prostituta).

 

Ma la ricetta per il ragù, riportata in parte da Eduardo, stuzzica la voglia di un sapore antico di cui si è perso memoria: è un rito che ha per protagonista il tempo. Infatti un ragù che si rispetti deve sobbollire ore e ore a fuoco lentissimo, dopo di ciò il pomodoro, la carne, il condimento si compenetrano, smettono di essere ciò che era in origine per diventare una sola, sublime sostanza.

 

Occorrono tre giorni come insegna Eduardo in Sabato, domenica e lunedì: il primo per stordire la carne estraendone i succhi vitali. Il secondo per completare il sacrificio che culmina nel pranzo domenicale con la famiglia rigorosamente al completo. Il terzo giorno vengono fatti resuscitare in padella gli avanzi della pasta

 In tal modo Il ragù non è un cibo come un altro, ma diventa il nutrimento dell’anima, un modo di celebrare la continuità della vita e la comunione degli affetti nel segno del piacere.

 

Sono tante le narrazioni e gli aneddoti nelle 154 pagine del saggio – racconto che si leggono tutte d’un fiato anche perché ti prende il ritmo calzante della scrittura che, a tratti, è pura poesia.

Forse, ho abusato della vostra pazienza, ma ho voluto dare un’idea approssimativa del “tesoro” che nasconde La Capitale dell’Anima, ,e se siete giunti alla fine, vuol dire che ne è valsa la pena.

Buona lettura e buone vacanze.

 

Beniamino Iasiello

 

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