Non li abbiamo visti arrivare?
17 - 18 ottobre a Milano
Ecco, potrebbe essere la sintesi degli avvenimenti verificatisi sabato 17 e domenica 18 ottobre a Milano. Non li abbiamo visti arrivare(!) perché ne ignoravamo l'esistenza! Moltissimi erano minorenni o ragazzi di seconda generazione provenienti dalle periferieche protestavano contro il caro vita, il caro affitti e l’assenza di un futuro.
Sono ragazzi provenienti, soprattutto, dalle periferie e
dall’hinterland milanese che evidenziano dinamiche che vanno oltre la semplice
cronaca e toccano profonde questioni sociali e educative che hanno riacceso i
riflettori su una complessa realtà di disagio e marginalità giovanile,
aggravati dall’isolamento digitale e dalla desertificazione dei territori che
possono produrre mostri emotivi.
Gli episodi di guerriglia urbana: assalto ai negozi, distruzione
di vetrine e scontri con le forze dell’ordine hanno scosso l’opinione pubblica
e le istituzioni sono state colte di sorpresa (un fatto inedito[1],
ha detto il Ministro degli Interni) come in una sorta di cecità collettiva
che ha impedito di cogliere i segnali racchiusi dentro schemi e dinamiche che
il mondo degli adulti ha semplicemente scelto di ignorare: una specie di
silenzio- assenso! Tutti tranquilli e contenti.
Ma quando la rabbia esplode nelle strade, certamente non
capiscono che non arriva dal nulla, bensì è l’esito finale di un percorso di
invisibilità e abbandono di cui ci si rende conto solo di fronte a quelle
vetrine spaccate di Milano.
La politica, la famiglia, la scuola operano come la “nottola
di Minerva “, di hegeliana memoria, che arriva sempre sul calar del sole,
quando la realtà ha ormai compiuto il suo processo e il disagio, già cristallizzatosi,
esplode nella violenza della cronaca.
La politica non può
ridursi ad un eterno inseguire le emergenze sociali: i disagi non si
cavalcano, ma si cercano delle soluzioni, perché
Quando, già consolidatosi, esplodono in atti di vandalismo,
quel crepuscolo hegeliano rischia di trasformarsi in una notte ancora
più profonda per le nuove generazioni[2].
E subito dopo, non basta ripetere riti propiziatori omettere
in campo le stesse formule fallimentari: indignazione, dibattiti sociologici
che si spengono appena passato il pericolo e, intanto, i servizi sociali
vengono tagliati, le scuole vengono ridotte ad aziende e, poi, in virtù della
sicurezza e della disciplina vi sono risposte puramente repressive.
In tempi di quiete, nessuno sforzo viene fatto per
comprendere il disagio di ragazzi che sono stati abbandonato ai caregiver
elettronici, ai social che con la loro forza dirompente e dissacrante hanno
diseducato un’intera generazione al non pensiero e a far prevalere gli istinti
e l’odio generalizzato.
E per questo motivo che il governo non può ricorrere, ad ogni
piè sospinto, a decreti che aumentano le pene e creano nuovi reati da
perseguire. L’ultimo approvato, subito dopo i gravi disordini di Milano, è l’ottavo
pacchetto sicurezza[3]
che dimostra come gli altri sette non siano serviti a molto per frenare reati e
violenza; inoltre, legiferare sull’onda scivolosa dell’urgenza, spesso, porta
ad analisi frettolose e utilitaristiche che finiscono col peggiorare la
situazione
Garantire l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini è
fondamentale, ma il governo sembra conoscere solo l’arma dello scontro e non
quello del dialogo e della prevenzione perché, forse interessa maggiormente
instaurare un clima di paura nel paese finalizzato a puri scopi elettorali e
non tesi a comprendere che, forse, anche gli adolescenti i giovani, nel loro
piccolo, possono incazzarsi.
Se, poi, in questo
clima di tensione continua, si inseriscono i guastatori vannacciani con
dichiarazioni terrificanti: le manganellate non hanno mai fatto male a
nessuno, ci può essere anche la manganellata educativa. (Edoardo Ziello di
Futuro nazionale) di Vannacci: li andremo a prendere a uno a uno nelle case
(Vannacci); ancora più grave "il grido" del ministro della giustizia Nordio che ha ipotizzato
la costruzione di nuove carceri minorili, ancora una volta la repressione sembra essere
l’unica arma a disposizione di un governo che è lontano dal comprendere i
bisogni di una generazione che si trova ad un passo dall’abisso.
Chiarisco che, come tutti, sono contro ogni forma di
violenza, ma la storia insegna che un potere che si esprime solo attraverso la
forza, la coercizione o l’indifferenza genera il terreno ideale per una svolta
autocratica che svuota la democrazia di significato e genera nei giovani un
senso di impotenza radicale che spesso si trasforma in nichilismo o rabbia
cieca.
La difesa della democrazia richiede di riconoscere che la
violenza non è solo quella che rompe una vetrina, ma anche quella di un sistema
che toglie il futuro alle nuove generazioni.
E in tutto questo, la famiglia e la scuola, di cui parlerò le
prossime volte, da tempo sembrano che siano evaporate,
per usare un termine di Massimo Recalcati a proposito della figura del padre.
… continua
Beniamino Iasiello
[1] Già
Pasolini leggeva l’aggressività e l’irrazionalità giovanile come espressine di
una profonda fragilità interiore, di un senso di impotenza mascherato da spavalderia
o cinismo.
[2] O, come dice ancora il vecchio Hegel: la notte in
cui tutte le vacche sono nere
[3] Ricordo una canzone di Fabrizio De Andrè tratta da “Storia
di un impiegato” del 1972 La canzone
del maggio francese, che, rispetto a disordini e violenze nelle città,
descriveva alla lettera la reazione istituzionale odierna: la militarizzazione
delle città: Milano, dopo del17 ottobre 2026: 1) 500 soldati e 1400 agenti per
prevenire nuovi scontri 2) l’uso dei decreti con i quali si ritiene di poter
risolvere tensioni sociali e strutturali blindando i quartieri del benessere per arginare un
problema sociale strutturale senza prima affrontare le diseguaglianze reali.
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