Il futuro appartiene ai giovani
Son passati, a dir poco, anni luce dagli anni della mia adolescenza e chiaramente, nemmeno per scherzo oserei comparare quegli anni 50/60 con l’adolescenza e i giovani di oggi.
Spesso difronte ai tragici casi di cronaca che
quotidianamente affollano le pagine dei giornali, della TV e dei social, non
manca qualcuno che ricorda con nostalgia un’età dell’oro che non è mai
esistita.
Allora non vi era droga, il sesso non dominava la vita
pubblica in maniera così “oscena” e violenta, la donna stava a casa e non osava
mettere in discussione una verità che sembrava nell’ordine delle cose e il
patriarcato era incontrastato.
Diciamo la verità: la droga esisteva, eccome, così come pure
una sessualità spinta che portò, già dagli anni cinquanta, a quelli che oggi
chiameremmo femminicidi che ebbero molti intrecci politici[1].
Ma si aveva l’impressione che tutto ciò riguardasse una classe colta, borghese
che sperimentava i nuovi valori che si affacciavano nella società.
Per i poveri mortali tutto era peccato! Per i giovani vi era
la piazza, l’amicizia che si instaurava con gli altri, si aprivano relazioni fondamentali
per la crescita e la maturazione e per l’acquisizione di una identità che si
formava anche nel conflitto generazionale, a volte, forte, con l’autorità
paterna.
Oggi, vi sono le “vuote” periferie delle grandi città
e la desertificazione dei piccoli centri, oltre ad un sistema sociale che crea
diseguaglianze sempre più forti, che hanno concorso a far esplodere disagi,
rabbia tra i giovani che si manifestano in azioni violente contro le
istituzioni incapaci di ascoltare di “sentire” l’angoscia di una generazione
che davanti a sé non vede altro che il nulla che esclude qualsiasi orizzonte
Ad un certo momento vi è stato una sorta di cambio di
paradigma che ha comportato la perdita di centralità, credibilità e potere
normativo delle figure tradizionali di riferimento.
Ecco,
l’evaporazione della figura del padre[2]
o dell’autorità tout court, che non consiste nella scomparsa fisica del padre, ma
dall’indebolimento di una funzione simbolica[3]:
quella paterna che cerca di far capire al figlio il senso del limite, della legge, della
differenza tra ciò che si desidera e ciò che è possibile ottenere.
Quindi la
crisi dell’autorità simbolica definisce il crollo irreversibile
dei modelli tradizionali di autorità gerarchica, normativa, patriarcale nella
società contemporanea, e quindi, come tale, è strutturale in quanto tocca la
famiglia, la scuola, la politica e le istituzioni che sembrano essere smembrate
e dissolte
Credo che il
punto di non ritorno sia stata la contestazione di studenti e operai nel 1968
quando è stato superato il concetto di autorità patriarcale che comportava
ruoli rigidi in famiglia, ma anche nella scuola dove la figura del docente era
quasi sacra e indiscutibile.
Oggi, rispetto
al passato è venuto meno il patto scuola – famiglia: i genitori tendono sempre
più a porsi come avvocati difensori dei figli anziché come alleati dei docenti,
contestando voti, note e metodi didattici. Per cui il rapporto tra minore,
docente – discente è diventato simmetrico, trasformando l’insegnante da guida a
“pari” o a un erogatore di servizi
La mancanza
di un argine interno può trasformare il normale conflitto adolescenziale in una
spinta distruttiva. L’aggressività non trovando un canale di mediazione si
esprime direttamente attraverso il corpo e la violenza fisica: bullismo,
vandalismo.
Il tramonto
del patriarcato è coinciso con l’ascesa di un modello sociale basato sul
consumo e sull’illusione che tutto sia possibile e accessibile subito.
Ma, sembra
un paradosso, con la scomparsa dell’autorità, i giovani non si sentono più
liberi, ma spesso smarriti e abbandonati; una specie di disorientamento
che genera una profonda angoscia esistenziale che nei contesti di gruppo, come
le baby gang, viene canalizzata in forme
di violenza gratuita, utilizzata come un anestetico emotivo o come scarica di
adrenalina per sentirsi vivi.
Il vuoto
lasciato dall’evaporazione della figura del padre genera un paradosso:
il bisogno umano di punti di riferimento e di regole non scompare e. per
colmare questo vuoto, i giovani possono andare alla ricerca di surrogati della
legge. Questo li rende vulnerabili all’influenza di leader carismatici
devianti, sub culture violente o ideologie radicali.
Perciò in assenza di una guida
familiare o sociale autorevole, il <gruppo dei pari> diventa l’unica
legge da rispettare, dove la violenza diventa il rito di iniziazione e lo
strumento per guadagnare status e identità.
Rispetto a queste trasformazioni epocali, alcuni studiosi ritengono che basterebbe restaurare gli antichi valori e, per incanto, tutto sarebbe risolto. M chiaramente qui non si tratta di restaurare l’autorità, ma di reiventarla. Non si può pensare di rispondere all’evaporazione del padre restaurando il padre – padrone, così come non si può rispondere alla crisi delle istituzioni democratiche invocando semplicemente più ordine e più repressione.
Forse, bisogna
recuperare una concezione dell’autorità come responsabilità: in famiglia,
ciò significa stabilire limiti senza
umiliare, ascoltare senza rinunciare al proprio ruolo, accompagnare i figli
verso l’autonomia senza abbandonarli a sé stessi;
nella scuola
significa restituire autorevolezza agli insegnanti, riconoscendo
contemporaneamente agli studenti il diritto di essere ascoltati;
nella
società significa ricostruire la credibilità delle istituzioni attraverso
l’equità delle regole e la responsabilità di chi le applica e nella politica significa
comprendere che governare non consiste soltanto nel rispondere alle paure dei
cittadini, ma anche nel costruire le condizioni affinché quelle paure non si
trasformino in ostilità verso gli altri.
L’autorità democratica, in definitiva, non
dovrebbe chiedere ai cittadini di rinunciare alla propria libertà, ma aiutarli
a comprendere che la libertà individuale trova il proprio compimento nella
relazione con gli altri.
Beniamino Iasiello
.
[1] Basta ricordare il caso Montesi che occupò le prime
pagine dei giornali nella lontana primavera del 1953 che trasformò la tragedia
n uno scandalo a luci rosse. Il caso non è stato mai risolto.
[2] Questa espressione richiama una riflessione di Jaque
Lacan, 1901 - 1981,psichiatra e psicoanalista francese, ripresa da Massimo Recalcati, 1959 - ..., psicoanalsta e saggista italano di origine lacaniana.
[3] È l’autorità riconosciuta a una figura,
un’istituzione di orientare i comportamenti altrui non attraverso la forza, ma
grazie a un sistema condiviso di valori.

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